Christa Wolf (Landsberg and der Warthe 18/5/29, Berlino 1/12/2011)
Christa Wolf è stata incontrovertibilmente una delle maggiori autrici del dopoguerra tedesco. La sua opera narrativa è legata alla divisione della Germania - dell'impossibilità di un amore oltre la barriera parla nel 1963 Il cielo diviso, suo primo successo letterario - al naufragio del tentativo di costruire un socialismo vivibile nella sua parte orientale, al fallimento di una ricostruzione dal basso bel paese dopo la caduta del muro. Con Cassandra, nel 1983, Christa Wolf trovò appassionati lettori e lettrici sia a ovest che a est, in una generazione segnata dal pacifismo e dal femminismo. Dietro le vestigia dell'antico mito, la Wolf si permise una critica radicale al potere maschilista e bellicista della nostra epoca, con la gara tra i due blocchi a chi piazzava più euromissili. La Wolf era stata un'appassionata comunista. A vent'anni s'era iscritta alla Sed, il partito socialista unificato della Repubblica democratica tedesca. Tra il 1963 e il 1967 era stata membro candidato del comitato centrale. Divenne figura di riferimento del dissenso nel 1976, quando, insieme a altri intellettuali, firmò una lettera di protesta contro l'espulsione dal paese del cantautore e poeta Wolf Biermann. Il 4 novembre 1989, parlando a una gran folla a Berlino est mentre la dittatura si stava dissolvendo, invitò a non perdere l'occasione di costruire una società migliore: «Le rivoluzioni cominciano dal basso. Basso e alto si scambiano posto nella scala dei valori. Questo cambiamento rimette la società socialista, capovolta a testa in giù, di nuovo sui suoi piedi (...). Sognamo pure, con la ragione ben sveglia. Immaginatevi: c'è il socialismo, e nessuno se ne va». Christa Wolf, Cassandra della nostra epoca, non trovò ascolto. Peggio: quando nel 1993 si venne a sapere che tra il 1959 e il 1962 la scrittrice aveva collaborato come informatrice con la Stasi, la polizia segreta della Rdt, la sua credibilità morale sembrò uscirne a pezzi. La Wolf replicò pubblicando la documentazione che la riguardava. Ne emerse che gli stessi funzionari della Stasi, constatando «il crescente riserbo» della fonte, rinunciarono presto a avvalersene. Da allora è stata Christa Wolf a essere sorvegliata: le informazioni raccolte sul suo conto - come critica del regime - occupano 40 ordinatori negli archivi della Stasi. Negli ultimi anni, ha continuamente rielaborato, con la pubblicazione di diari e riflessioni autobiografiche, i nodi contradditori del suo legame-dissidio col realsocialismo, tra condivisione dei priviliegi per la casta degli intellettuali e esperienza dell'esclusione per chi non è disposto a allinearsi: nella Germania unita nel nome del capitalismo come nella Rdt di Honecker. Nel suo Nessun luogo. Da nessuna parte (1979) Christa Wolf si era occupata con molta identificazione del drammaturgo e poeta Heinrich von Kleist, morto suicida 200 anni fa.
Lo descrive come una persona «che deve affrontare gli altri come se non avesse pelle, tormentato da ogni tormento, dal dolore inflittogli da ogni lieve contatto». Così, ipersensibile - a volte anche offesa e risentita con il mondo - era anche Christa Wolf. Negli ultimi tempi aveva lavorato a rafforzare la sua pelle con un salutare balsamo di ironia, dismettendo i panni di misconosciuta mater dolorosa. In La città degli angeli, che prende le mosse da un soggiorno a Los Angeles nel 1992-93, un vero angelo le consigliava bonariamente di non prendere troppo sul serio né la sua sofferenza, né il peso della Stasi nella sua vita.
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Medea, Recita Estiva, Il cielo diviso, La città degli angeli
Da Il Manifesto Guido Ambrosino
Uno solo poteva ridere mentre il maestro annunciava la morte del re
Scritto da Administrator
Sabato 17 Dicembre 2011 22:04
Il disco tributo al più grande gruppo punk italiano degli anni 80; Play per asoltare
Ultimo aggiornamento Sabato 17 Dicembre 2011 22:12
Val di Susa. L'autorevolezza di un popolo in lotta
Scritto da Administrator
Lunedì 24 Ottobre 2011 12:07
Sembra impossibile ma nella manifestazione a Giaglione del 23 ottobre non sono scoppiati incidenti. Questo nonostante la straordinaria campagna stampa, scandalistica e allarmistica, dei giornali e della tivù. Prima con l'attribuzione di colpe specifiche ai no tav per gli scontri del 15 ottobre, poi con i reportage sui "neri" in viaggio verso Giaglione. Il giorno prima della manifestazione, dopo una partecipata assemblea plenaria, i no tav avevano mandato comunicazione delle regole con cui si sarebbe tenuto il presidio a baita Clarea. Così doveva essere e così è stato.
Quando un popolo e un movimento sono credibili, quando acquisiscono sul campo e nelle lotte anche durissime l'autorevolezza necessaria, è possibile ottenere risultati senza ricorrere a minacce o servizi d'ordine militari. Il 23 ottobre abbiamo camminato per tre ore in fila indiana lungo un sentiero scosceso, con i poliziotti in assetto antisommossa nascosti a migliaia lungo i pendii. Eravamo gente comune, comunisti, ambientalisti, anarchici. Non c'è stata nessuna provocazione, solo una manifestazione dura, determinata e coerente con l'obiettivo dichiarato a tutti.
E pensare che dopo le manifestazioni di luglio, i lacrimogeni, i volti coperti con le maschere antigas, gli assalti contro i recinti, in molti avevano provato a dividere il movimento tra buoni e cattivi. Si segnalavano allora fantomatici manifestanti provenienti dall'Austria, si dividevano i valligiani pacifisti dai violenti estranei dal movimento. Allora, nemmeno una parola del movimento NO TAV aveva avallato questo giochino. Nessuno aveva pronunciato piagnistei, nessuno aveva pensato che le manifestazioni fossero rovinate da elementi estranei e provocatori.
La lotta in Val di Susa è ventennale e i suoi dirigenti hanno sempre agito con coerenza, con mandato di assemblee democratiche e partecipate. Non hanno mai rincorso posti in parlamento o rapporti con pezzi del sistema politico e mediatico. Hanno scelto una strada diversa, quella della radicalità e dell'obiettivo. Oggi è impossibile non riconoscersi in loro. E' impossibile non vedere come la loro lotta sia la lotta di tutti, non solo contro il TAV, ma contro quel modello di sviluppo che sta dietro. Che si può quindi anche combattere duramente. Si può combattere anche con cortei che non siano passeggiate o passerelle di vip.
Y. G.
Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Ottobre 2011 12:40
Una terribile bellezza è nata
Scritto da Administrator
Martedì 18 Ottobre 2011 11:30
E pensato prima d'andarmene
Alla storiella beffarda o al sarcasmo
Con cui s'intrattiene un amico Intorno al fuoco al circolo, Certo che essi e io Vivevamo soltanto ove s'indossa la casacca del buffone: Tutti mutati, interamente mutati. Una bellezza terribile è nata.
I piagnistei della sinistra radicale dopo il corteo del 15 ottobre sono la notizia della notizia. Certo che deve essere stato un bel risveglio per il giornale più letto dalla borghesia di sinistra. Il giorno prima Repubblica annunciava 200 mila persone in piazza e la presenza di Vendola e Di Pietro. Erano il triplo, Vendola è tornato a casa dopo il primo scontro, Di Pietro vuole le leggi d'emergenza e gli arresti preventivi.
Certo che i black block (tra l'altro carichi di bandiere e fazzoletti rossi, ma li chiamano lo stesso così) proprio non capiscono. In piazza San Giovanni si vedono circa 10 mila persone che si scontrano con la polizia, il 95% sono compagni, magari giovani e politicamente acerbi ma compagni. Poi chi vuol vedere qualche provocatore lo vede ovunque. i poteri forti in Italia sono davvero forti, la sinistra antagonista, le sue organizzazioni agonizzano.
La manifestazione di Roma è stata il più grande balzo in avanti politico degli ultimi anni in Italia. Centinaia di migliaia di manifestanti contro il capitalismo, contro le banche, i padroni e gli sfruttatori. Per uno stato e per una sinistra che sa solo criticare Berlusconi per le sue performance erotiche non è poco. Certo, la sinistra sinistra ha lavorato sulla consapevolezza. Ha detto per anni che il problema è il capitale, lo sfruttamento, il sistema. Ora si ritrova milioni di persone in tutto il mondo che dicono le stesse cose ma non sa che farsene.
Certo ci vuole una buona dose di sfrontatezza a non capire che sta succedendo. A Londra e in Grecia ci sono rivolte, in America arresti. Lì va tutto bene, quando viene rovinato il giochino in Italia tutti si stracciano le vesti. Avrei potuto, essendo in corteo, andare dai manifestanti che si scontravano e spiegare loro che, pur avendo le ragioni politiche, magari sarebbe stato meglio aspettare il risultato delle elezioni in Molise. Oppure spiegare loro la differenza tra primarie sui candidati e primarie di programma. Questa la rappresentanza politica che avrei dovuto proporgli. Spiegargli che ora, debbo cacciare Berlusconi. non fare più le guerre, abbattere la precarietà, rispettare i migranti. Per fare questo favorisco l'elezione di D'Alema, Treu e Livia Turco. Tutto chiaro no?
Oppure fare un bel servizio d'ordine. Ecco questo ci vuole, a pensarci prima magari... Un servizio d'ordine ovviamente senza programmi politici, giusto così per amore dell'ordine e della disciplina. In cui tengo fuori dal corteo chi magari sbagliando, prova a fare sul serio le cose che dico. Faccio una manifestazione contro il debito, contro le banche, contro lo sfruttamento, poi mi alleo con la finanza internazionale, con i banchieri illuminati, con gli sfruttatori.
Ci vuole unità certo. Ma unità su che cosa? Mi alleo con chi vuole le leggi speciali contro i manifestanti? Con chi non organizza un pullman e magari vuole piazzare davanti alle telecamere mondiali il faccione simpatico del candidato alle primarie perenni? Oppure mi alleo e provo a dare una prospettiva politica a chi non ha futuro da dieci anni, a chi non può più aspettare perchè non ha casa, non ha lavoro, non ha futuro, ma da un po' di tempo non ha paura?
Jury Gagarin
Ultimo aggiornamento Martedì 18 Ottobre 2011 12:17
Pj Harvey, " In the dark places"
Scritto da Administrator
Mercoledì 05 Ottobre 2011 12:30
NEI LUOGHI OSCURI
Ci siamo svegliati presto ci siamo lavati la faccia abbiamo camminato nei campi e piantato delle croci Abbiamo attraversato queste dannate di montagne diretti verso l'inferno e alcuni di noi tornarono a casa e altri no
Nei campi e nelle foreste e sotto la luna e sotto il sole è finita un’altra estate. E nessuno, né uomo né donna ha ancora raccontato i segreti di questo mondo.
E i nostri ragazzi si nascondevano armati nel fango e nei luoghi oscuri.
Canto popolare contro la guerra
Dall'album "Let England Shake" 2011
http://www.antiwarsongs.org/
Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Ottobre 2011 12:44
Assalti Frontali. Un racconto dalla Val di Susa
Scritto da Administrator
Martedì 19 Luglio 2011 13:02
ASSALTI FRONTALI
Pietro chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. Il sole era alto e un vento morbido accarezzava l’erba in un dolce fruscio. Da quel prato sul monte si dominava quasi tutto il fondo valle. Dietro di lui una processione ininterrotta di uomini, donne giovani e vecchi si addentrava in fila indiana nel bosco sottostante. Non si potevano contare. Erano migliaia. Qualcuno in piedi, in attesa come lui, scrutava dal bordo del prato. Pietro chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. La montagna. La quiete, il silenzio. L’aria pura, il fruscio dell’erba e delle foglie. Lo scorrere impetuoso del torrente. Il canto sereno di cento tipi di uccelli. La montagna. Oggi non era così. Pietro chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. E quello che gli arrivò tagliente al naso fu l’odore acre dei lacrimogeni. Pietro chiuse gli occhi ed ascoltò. E il suono che arrivò alle sue orecchie fu quello di mille voci impazzite, esplosioni, grida continue e schianti. Mentre con una calma quasi religiosa, la processione continuava dietro le sue spalle, verso il bosco, verso il fondo valle. Pietro aprì gli occhi e si girò a guardarli sfilare. Camminavano lenti senza fretta. Nonostante il caldo molti erano i guanti, le felpe, i cappucci. Quasi tutti indossavano scarponcini. Alcuni parlavano piano, pochi ridevano. Le mani andavano a cercare oggetti che più che protezione davano sicurezza. I fazzoletti che sarebbero andati a coprire i volti. Le bottigliette piene di acqua e limone o di soluzione basica da versare su visi irritati. I caschi, le maschere che a poco sarebbero servite. Tutti sapevano cosa li attendeva laggiù, tutti lo immaginavano. Nessuno si fermava. Il passo non era affrettato ma era deciso. Negli occhi di ogni colore brillava quella luce intensa che dall’iride contrastava i bagliori del sole. Una luce che diceva questa volta andiamo avanti. Questa volta siamo pronti. Questa volta ad avere paura sarete voi. Dalle pupille cristalline si irradiava nei capillari di tutto il viso. Scendeva penetrante di adrenalina lungo il collo, le spalle, le braccia. Colava lungo la cassa toracica avvolgendo le gambe e insinuandosi decisa nella pianta e nelle dita dei piedi per poi risalire e filtrare elettrica contemporaneamente nel cuore e nelle mani. Le dita si chiusero a pugno e a quel punto una percezione fu chiara nella mente. Siamo pronti. Quella luce, quella sensazione, quella decisione si chiama lotta. La montagna. Vette, cieli, silenzi dove l’uomo misura il grado della propria esistenza. Bisogna saper rispettare la montagna, capirne l’essenza di purezza vitale. L’uomo deve piegarsi alla maestosità impervia della roccia che affiora dai boschi e dalla terra. La furia della montagna quando si scatena è incontrollabile. Non si può stuprare la montagna. Scavarla, tagliarla, intossicarla con i gas. La montagna non perdona. Ci sono uomini che non lo capiscono. Mai hanno davvero vissuto lo scorrere della vita in alta quota. L’unico oggetto delle loro menti è il lucro. Annebbiati dal loro stesso cervello di lardo mandano servi armati di scavatrici, picconi, scudi e manganelli a conquistare territori da violentare. E’ sempre successo. E’ già successo anche qui. Pietro girò le spalle alla valle. Al fumo bianco dei lacrimogeni che dolcemente innevava l’erba lontana. Pietro calcò il primo passo in direzione del bosco. Un solo pensiero attraversava la sua mente.
Quel giorno non sarebbe successo.
Mattia scendeva lungo il sentiero nel bosco. La discesa tra gli alberi durava ormai da almeno un’ora. Aveva perso da tempo i suoi compagni nella folla della valle. Camminava solo, insieme a centinaia di manifestanti verso il fondo, verso quegli spari, quelle grida che arrivavano costanti. Sul sentiero franoso non si poteva che camminare uno davanti all’altro. Più si scendeva più l’odore forte dei lacrimogeni si faceva intenso. Presto gli occhi si fecero rossi e si iniziò ad avvertire una sensazione di pizzicore fastidioso sulla pelle. Eppure, lo sapeva, era ancora lontano. Davanti a lui camminavano due ragazzi. La maschera antigas appesa al collo, il casco che pendeva dallo zaino. Affianco a loro un uomo. Sessant’anni, la stazza robusta da boscaiolo, i baffi di una vita, la camicia a quadri da montanaro e sulla spalla l’asta di plastica con la bandiera bianca del No Tav. Tutti seguivano lo stesso passo, tutti avevano la stessa luce negli occhi. Dietro di loro camminando tre ragazze discutevano sulla presenza sempre più avvertibile dei gas. Sopra le ultime foglie del bosco rombava molesto e vicino l’elicottero. Non poteva penetrare con gli occhi in mezzo ai rami ma contribuiva a spargere i fumi tossici per tutta la vallata. Si stavano avvicinando. Ogni tanto incrociavano gruppetti che risalivano. Facce paonazze, occhi iniettati di sangue. Sputavano e tossivano premendosi limoni sugli occhi e sulla bocca. Eppure, lo sapeva, erano ancora lontani. Il sentiero era franoso. Nello scendere bisognava fare attenzione a non far rotolare giù pietre. Scavalcarono un tronco caduto di traverso sulla via durante chissà quale tempesta. Mentre attendeva che chi gli era davanti passasse oltre, Mattia incrociò gli occhi con un ragazzo che tornava in su. Erano di un azzurro intenso e dal suo volto non traspariva la minima emozione. “Com’è giù?” chiese Mattia “ Ci stiamo dando da fare” fu la risposta “Ma sparano centinaia di lacrimogeni ad altezza d’uomo ed è difficile stare. Proprio ti puntano. “ Tirò su una mano con due dita avvolte in un fazzoletto rosso di sangue. “ Mi hanno preso alla mano. Mi son rotto due dita” le dita scorticate erano gonfie ed ustionate ed alla base dell’indice, tra il rosso cremisi, l’osso era esposto. Doveva provare un male atroce ma il volto e la voce del ragazzo erano totalmente impassibili. “Bastardi! Ti serve aiuto? Se vuoi ho del disinfettante” “ No grazie, vado giù a Torino a farmi medicare che qui non si sa mai … state all’occhio giù!” PUF, PAF, PUF. Da sotto, da un sotto indefinito al di là degli alberi, continuava ad arrivare il rumore del lancio di lacrimogeni assieme ad un vociare concitato. SBRANG! “E quest’esplosione che cazzo è?” pensò Mattia immaginandosi chissà quale cannone lancia lacrimogeni. “Questi non sono lacrimogeni, questi siamo noi…” disse uno dei ragazzi davanti, come a leggergli nel pensiero. Un sorriso veloce passò sul suo viso. Si stavano avvicinando. Sempre più incontravano persone che tornavano indietro. Le ombre del bosco coprivano ogni cosa. Ogni tanto, guardando bene, nella luce che filtrava in fondo tra le foglie si intravedeva il blu lontano di qualche casco o di qualche camionetta, ma era impossibile capire cosa stesse succedendo. Arrivarono ad uno slargo. Erano quasi alla base del monte. Oltre gli ultimi rami i rumori erano ora più vicini. Capannelli di manifestanti si preparavano più in basso nel bosco, ai lati del sentiero. In piedi in mezzo allo slargo stava una donna bionda, sulla cinquantina con un grosso zaino ed un walkie-talkie tra le mani. Era una donna del luogo e quello era una specie di check-point. “Senza maschera, ragazzi, non riuscite ad andare avanti, sappiatelo” disse. “ Voglio provare comunque, almeno andare a vedere com’è” rispose Mattia. L’adrenalina iniziava a dare forza alle braccia e alle gambe. Ma prima bisognava prepararsi. Il sapore agro dei lacrimogeni stagnava ormai costante nell’aria. Prese dallo zaino la bottiglietta di acqua e limone vi ci inzuppò un fazzoletto rosso che poi legò stretto sul viso appena al di sotto degli occhi. Chiuse la felpa e tirò su il cappuccio. Camminando aveva trovato sul sentiero un guanto da lavoro abbandonato. Lo infilò alla mano destra. “Occhio che arrivano lacrimogeni anche dentro al bosco” diceva qualcuno più avanti. Anche i ragazzi davanti a lui si stavano preparando. Indossato casco e maschera antigas si stavano avviando verso l’ignoto dove gli alberi finivano e iniziava il prato con il cantiere difeso da polizia, finanza e carabinieri. Lì avrebbero affrontato le cariche e i lacrimogeni. Il signore sessantenne vedendoli avviarsi ne fermò uno. “Dove stai andando?” gli chiese. “Andiamo a riprenderci il prato col cantiere”. Qualche secondo in cui i due si fissarono. Il volto sotto la maschera del ragazzo e il viso scoperto con i baffi da montanaro del signore. Lo sguardo severo di una vita di lavoro. ”Ce li hai i guanti?” chiese poi. Il ragazzo stupito scosse la testa. Si aspettava forse di essere ripreso per quello che stava andando a fare. “E allora come pensi di rilanciare indietro i lacrimogeni, testone?” disse l’uomo. Tirò fuori da uno zainetto un paio di guanti da lavoro infilò il sinistro e porse il destro al ragazzo. Si guardarono ancora qualche secondo. “Grazie “ disse il ragazzo sorridendo e tutti e tre si mossero verso la fine del sentiero. Mattia osservò questa scena. Il viso era già coperto. Si chinò e raccolse una pietra. La guardò. Grossa quanto metà della sua mano. Spessa e ruvida sulla pelle, ne misurò il peso tra le dita. Era una bella sensazione. Stringendola guardò verso la fine del bosco. Filtrava la luce ma ancora nulla si riusciva a vedere di cosa c’era al di là. Tra le grida che giungevano di sotto, distinse una voce “Bastardi!”. Era ora di andare. Calcò i primi passi e stava per raggiungere il piano quando improvvisamente le foglie sopra di lui frusciarono molestate. Alzò la testa per guardare. “Merda!” pensò e vide il lacrimogeno spezzarsi in volo sopra la sua testa. Uno dei pezzi fumanti cadde esattamente in mezzo ai suoi piedi. Rapida una densa nube avvolgeva già tutto il suo corpo. Lo raccolse e lo gettò via ma subito il gas l’aveva penetrato ed attaccava i suoi polmoni. Cercò di respirare ma non ci riuscì, tossì e sputò ma tutto, dal torace in su, bruciava come immerso nell’acido. “Cazzo di gas di merda!” Doveva togliersi di lì. Doveva respirare, stava soffocando. Si girò ma le gambe cedettero. Cadde con la faccia sul terreno. Si rialzò piangendo e sbavando. Cieco, a tastoni riuscì a risalire lontano dal fumo mentre qualcuno lo aiutava a tirarsi su. Si fermò appoggiandosi ad una roccia, spostò il fazzoletto e vomitò tutto quello che aveva nello stomaco. Il CS non è un lacrimogeno normale. E’ un cazzo di gas stile quelli che usavano nella Prima Guerra Mondiale, le trincee piene di cadaveri ammucchiati. La convenzione internazionale sulle armi chimiche ne vieta l’uso in guerra ma assurdamente le forze dell’ordine possono usarlo nelle manifestazioni per l’ordine pubblico. Un lacrimogeno normale ti irrita gli occhi, la bocca, il viso. E’ più o meno lo stesso effetto di quando si taglia una cipolla ma moltiplicato per cento. In un’altra manifestazione a Torino, anni prima, era stato per decine di minuti in mezzo ad una nebbia di lacrimogeni normali, piangendo come un bambino ma con la forza di resistere e non abbandonare la posizione. Poi era bastato che lanciassero una decina di CS perché il corteo si disperdesse. Il CS è un gas cancerogeno. Un tubetto che, sparato in aria, si spezza in quattro o cinque parti che iniziano ad emettere fumo. Non ti irrita gli occhi e la bocca ma aggredisce direttamente la gola e i polmoni. Ti soffoca. E’ come aver respirato con la faccia dentro una bacinella piena di peperoncino macinato. Ti brucia tutto dentro fino allo stomaco, ti sembra di andare a fuoco e non riesci a prendere il respiro. La salivazione aumenta fino a farti vomitare. La prima sensazione che ti provoca, non facendoti respirare, è quella di panico totale, per qualche attimo ti sembra di morire. Il CS non dovrebbe essere permesso. E’ un arma da guerra. E’ inquinante e pericoloso. Anche per gli stessi poliziotti, nonostante le maschere antigas che usano. Dove si deposita, rimane, anche per anni. L’uso di quel gas in quei boschi era un atto di violenza gratuito verso la montagna. Appoggiato alla roccia Mattia guardava fisso il terreno. Sopra la radice di un albero un grillo di un verde intenso si contorceva agonizzante. Ucciso dallo stesso gas che lui aveva appena respirato. “Bastardi”. Quante piante, quanti animali sarebbero morti. Quante persone avrebbero avuto in futuro un cancro causato da quella merda. Mattia spostò lo sguardo e vide la pietra che nella foga di prima aveva lasciato cadere a terra. “Bastardi” Si tirò su. Si era ripreso abbastanza. Inondò viso e gola di acqua e limone. Si risistemò il fazzoletto sul viso e raccolse la pietra. Era ora di andare. Da oltre gli alberi, dieci metri più in là, continuavano gli scontri e i lacrimogeni. PIF, PAF, PUF. Ne stavano lanciando a migliaia. Mattia guardò la fine del bosco. “Bastardi”. Strinse forte la pietra. Prese un respiro profondo e si lanciò di corsa oltre agli alberi sparendo nel fumo bianco del prato, nel sole della Val di Susa.
Quel giorno non sarebbe successo.
Giulia immerse il viso e le braccia sotto il getto della fontana. L’acqua scorreva fredda e piacevole lavando via tutta la merda lasciata dai gas. La percezione di uno sfrigolio sulla pelle. Immerse anche la testa lasciandola refrigerare per qualche secondo. Assieme a lei erano tante le persone che erano tornate su a Ramat dopo essere passate per quel prato infernale. Aveva bisogno di riposarsi qualche minuto, di respirare e prendere aria, pura e pulita anche se quel giorno ormai tutto aveva l’odore e il sapore del lacrimogeno. Lasciò cadere lo zaino e si appoggiò schiena al muro all’ombra della chiesetta. Seduta sull’asfalto sentiva pulsare ogni muscolo del proprio corpo. L’assalto al cantiere continuava ormai da ore. Non si era intravista la più piccola possibilità di riuscire a prenderlo ma non aveva importanza. L’importante era fare sapere che ai loro sgomberi, ai loro atti di violenza, alle loro prepotenze e al loro potere mafioso ci sarebbe sempre stata resistenza. Non sarebbero bastati una rete e duemila poliziotti per distruggere una valle. Vicino a lei ci si nutriva con panini inflacciditi dal caldo, qualcuno rideva, si fumavano le prime sigarette del pomeriggio. Tregua. Almeno per loro, almeno per qualche minuto. Giù in fondo al bosco gli scontri continuavano. Assalti frontali. Giulia si guardò intorno. Pulsante, il cuore di quella resistenza era fatto da una varietà umana stupefacente. Studenti, lavoratori, anziani. Un ragazzo con i dread ed un piercing appena sopra l’occhio accanto ad uno in jeans e maglietta che aveva tutta l’aria di essere un avvocato in borghese. Tanta gente del posto giovani e non. Un padre con due figli, non più di dieci anni ciascuno. Poi tanta solidarietà da Torino, da Genova, da Padova, da Milano, da Roma. Alcuni provenivano anche da oltre confine: Inglesi, Francesi, Tedeschi. Richiamati dal luogo, dal momento di una battaglia contro l’ingiustizia. Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario. Il comandante argentino creava pensiero ed azione dalle foreste sudamericane fino ai boschi lontani della Val di Susa. Le parlate, i dialetti, le lingue si mescolavano nel colore della terra. In un’unica frase pensata ed agita. Questa volta senza compromessi. Questa volta senza finte sfumature. Da una parte loro. Gli speculatori, i mafiosi, il potere e i suoi servi. Dall’altra noi. La gente comune che trova la forza di sopravvivere e lottare. Un’unica frase pensata ed agita. Oggi non succederà. La montagna ci osservava. Impassibile. Umiliata e ferita. Nei suoi silenzi spezzati dal vento. Sperava in noi, il colore della terra. Oggi non succederà. Lo sguardo profondo di Giulia si scontrò con l’esile figura di una signora. L’accento torinese gli occhi arrossati dai lacrimogeni, sessant’anni già vissuti e passati da un po’. La maglia bianca No Tav e un cappellino a proteggere la testa dal sole. Sembrava spaesata. Più abituata all’uncinetto che alla montagna. Ma era lì. Con la stessa decisione inflessibile di tutti gli altri. Fragile, un moto d’ammirazione passò nel riflesso degli occhi di Giulia. Un gruppo di giovani, di cui uno teneva in mano un walkie-talkie, si avvicinò con passo affrettato alla chiesetta. “Ragazzi, ci dicono che la polizia sta arrivando in forze qui a Ramat. E’ meglio andare via e scendere giù a Chiomonte” disse uno di loro. Una lama di gelo trafisse gli stomaci di tutti quanti. “ E i compagni che sono ancora giù nel prato e nel bosco?” chiese Giulia “Quelli se la caveranno. Ci sono diversi sentieri che aggirano il paese ed è probabile che gli sbirri non se la sentano di entrare fin dentro al bosco.” Rispose il ragazzo. “ Ora però dobbiamo muoverci. Noi prendiamo la strada normale ma per chi vuole lì c’è un sentiero che passa sotto l’autostrada e arriva giù dalla centrale elettrica. Il corteo dei sindaci sta lottando per riconquistarla. Chi vuole può andare a dare una mano”. La centrale elettrica era quella che forniva energia al cantiere. In mattinata il corteo a cui partecipavano anche i sindaci e le istituzioni della Valle l’aveva occupata a sorpresa, poi era stato quasi subito respinto dalla polizia e ora lottava per riconquistarla. Insieme ad una altro centinaio di persone Giulia iniziò a scendere per il sentiero. Quella giornata non era ancora finita. La decisione era presa. L’elicottero a ronzava basso sopra di loro. Gli alberi non erano abbastanza fitti da coprirli tutti. Ad un bivio incerto un’apparizione. Come un personaggio mistico residuo di un passato secolare, una vecchia contadina. China su se stessa camminava in salita, un’enorme balla di fieno sulla schiena. Li vide, si fermò e con il dito indice indicò la giusta via. Senza dire una parola. Senza che le fosse stata rivolta alcuna domanda. Tra le incisioni di rughe indelebili sul viso li guardò passare tutti ad uno ad uno e poi continuò il suo duro, antico lavoro. Il sentiero si faceva sempre più ripido e pendente e la testa del lungo bruco di manifestanti procedeva a rilento causando ingorghi nelle retrovie. Sotto di loro l’autostrada. Un orrendo viadotto in cemento che squarciava la valle per chilometri e chilometri. Grigio si innalzava dal fondo per almeno cinquanta metri. Il sentiero sembrava puntare dritto su quell’asfalto. Quel giorno l’autostrada era stata chiusa e sul viadotto stazionavano alcune macchine della polizia. Gli sbirri arsi dal sole avevano alzato gli occhi e si erano accorti del gruppo che lentamente scalava in discesa. Gesticolavano tra loro ed iniziavano ad agitarsi. Cisarà comunque un bel po’ di distanza tra il sentiero e l’autostrada pensò Giulia. Ma più scendevano più il sentiero sembrava proprio puntare su quelle quattro corsie. Non è proprio una bella situazione. Se quelli decidono di bersagliarci noi siamo tra la roccia e una scarpata tutti in fila senza poter nasconderci o scappare. Il ragazzo davanti a lei scivolò su una pietra e si arrabattò pesantemente nella polvere. Giulia lo aiutò a rialzarsi e lo superò. Cercava di raggiungere chi era alla testa del gruppo. I poliziotti si facevano sempre più grandi e vicini. Nel punto dove il sentiero avrebbe incrociato l’autostrada stavano arrivando altre divise. Giulia accelerò. Passò avanti ad una ventina di persone incespicanti e poco prima di raggiungere la testa del bruco la vide. Cazzo. Ecco perché non riusciamo a muoverci. La signora sessantenne torinese. La testa del bruco era lei. Camminava intontita dal sole guardandosi attorno come se si trovasse al parco e cercasse dei piccioni a cui gettare il suo sacchetto di briciole di pane. Giulia le si mise in coda e la pressò da dietro. La signora la vide si girò e le sorrise. “Scusi sa se vado un po’ lenta. Ma inizio ad avere una certa età e questo sentiero…” Ma perché cazzo non hai preso l’altra strada che era più semplice? “Si figuri signora è giusto che ognuno vada col proprio passo e che ci si aspetti a vicenda…” Camminavano. Ora erano esattamente all’altezza del viadotto. Distavano in linea d’aria non più di quindici metri dal parapetto. Due poliziotti erano affacciati e li indicavano schernendoli, uno più indietro stava facendo segno di avvicinarsi in fretta a due camionette poco lontane. Spera che non abbiano i fucili per i lacrimogeni! In fondo sul viadotto non c’erano scontri ed era possibile che non li avessero in dotazione. “Merde!” gridò qualcuno più in alto sul sentiero. Ottimo, visto che siamo in questa posizione di estremo vantaggio strategico provochiamoli pure. Giulia immaginò la vista dei poliziotti dal parapetto. Non vedevano persone ma una serie di paperelle da tiro a segno tipo lunapark. Prega non abbiano il lacrimogeni! La signora avanzava piano, attenta, rallentando tutta la lunga fila indietro. Dai specie di fossile muoviti! Le camionette inchiodarono stridendo e una ventina di sbirri scesero di corsa. La signora vide un grosso fiore viola a lato del sentiero e si fermò ad accarezzarlo. Allargò un immenso sorriso a Giulia “ Questo è un fiore molto raro, ha visto che bello? Cresce solo qui” Ma sei scema? Muoviti o giuro che provoco a morsi l’estinzione della specie! “E’ bellissimo signora… però forse dovremmo affrettarci che lassù iniziano ad agitarsi un tantino” La signora guardò in alto il viadotto su cui ora i poliziotti affacciati erano una decina e un lampo di timore le passò sul viso. La sua andatura cambiò improvvisa e divenne una gazzella incontrollabile. Camminava guardandosi i piedi e scendeva giù ad una velocità a cui tutti facevano fatica a stare dietro. Ma allora facevi finta! Stavano pian piano distanziando la zona più pericolosa. “correte che ora vi prendiamo a sassate!” gridarono dall’autostrada. Bene vuol dire che lacrimogeni non ne avete e pietre li sopra non credo ce ne siano troppe. Capeggiati dall’insospettabile agilità della signora, in pochi minuti tutti raggiunsero la strada di fondo valle. Ora più o meno erano al sicuro. “Complimenti signora è un’ottima camminatrice” disse Giulia per confortare l’anziana che sudava e ansimava. “Sa, quelli lassù proprio non mi piacevano!” rispose. Da dietro una curva in fondo alla strada decine di persone risalivano di corsa, tossendo e sputando intossicate dai gas. Forte arrivò il clangore di una barricata sfondata da una ruspa. Giù alla centrale la situazione doveva essere tosta. Ora qualcuno si avviava in su verso Chiomonte, verso la stazione. Giulia slacciò il casco appeso allo zaino e lo indossò. Fece un segno di saluto all’anziana torinese. Era giunto il momento di dare una mano ai sindaci della Val di Susa. Tranquilla, senza fretta, si incamminò verso i fumi che piano salivano dal basso. Quella giornata non era ancora finita. Scappare andando via.
Quel giorno non sarebbe successo.
Lucio scagliò la pietra con tutta la forza che aveva in corpo ma rimase un secondo di troppo a guardarla colpire. Gli bastò una frazione infinitesimale per capirlo. La maschera sovraccarica non funzionava più . Il panico gli spalancò gli occhi in un espressione di terrore mentre i polmoni incandescenti si liquefecero ricompattandosi subito con la densità della gomma. Peccato. Era stato un lancio tecnicamente perfetto. Uno di quei lanci che se il fotografo ha l’abilità di cogliere al culmine, poi la foto diventa un simbolo. Si vedeva già sulla prima pagina di Repubblica e magari stampato anche su qualche maglietta. La pietra era poco più piccola della sua mano. Il braccio si era inarcato caricandosi lento all’indietro e quando la resistenza elastica era stata al limite il corpo era scattato potente come una molla e le dita avevano rilasciato la pietra al momento giusto. Con una parabola perfetta di quarantacinque gradi e una velocità di impatto di 50 chilometri orari. Peccato. Quella era una pietra che faceva male. Lucio vide il minerale roteare maestoso nell’aria, tagliare come una lama la densa cortina di fumo bianco, uscirne al vertice brillando al sole, rientrare abbassandosi nella nebbia e schiantarsi fragorosamente al centro del casco dello sbirro in seconda fila. STOK! Un Lancio perfetto. E il casco sparì dalla seconda fila. Se ci fosse stata una giuria sarebbero stati tre dieci e due nove e Lucio sarebbe stato soprannominato la Nadia Comaneci della categoria rivolta extraurbana sopra gli ottocento metri di quota. Ma a quel punto era passato un secondo di troppo. La polizia stava caricando e gli sbirri erano davvero tanti. Centinaia. Lucio si voltò per scappare ma le gambe non risposero. Il CS gli era penetrato dai polmoni fin dentro i muscoli dei piedi. Il busto si girò di slancio ma le suole rimasero immobili attaccate al prato. Lucio andò giù. Sospeso nella caduta sentì fresco l’odore dell’erba verde su cui stava per accasciarsi. Immaginazione. L’unico gusto vero era quello del lacrimogeno. Con la coda del’occhio vide la massa scura dei poliziotti pericolosamente troppo vicina. Venti metri al massimo. Era passato un secondo di troppo. Poi la sua faccia esplose nella terra umida del prato. Sentì un filo d’erba sfilettargli una guancia e il casco impattare duro contro un masso. Se quello fosse stato un film degli anni cinquanta ora la sua battuta sarebbe stata”oh no, sono perduto!” Ma quello non era un film e Lucio sapeva quello che lo aspettava se l’avessero preso. Calci in faccia e nei testicoli, sprangate sulla testa, sputi, insulti, umiliazione, dolore, ossa rotte e tanta paura. Si vedeva già qualche giorno dopo nel grigio di un ospedale con un filo di voce a raccontare le torture subite. Cercò un respiro per la forza di rialzarsi ma i polmoni non rispondevano. Si erano incollati alla pelle della cassa toracica e l’aria non penetrava. Panico. Li vedeva. Lo stavano puntando. Sembravano non avere corpo sotto quelle maschere e quelle divise. Macchine umanoidi assassine uscite da chissà quale racconto di fantascienza. Immaginava dietro i filtri sul viso i loro ghigni canini, la schiuma rabbiosa sui loro denti gialli. Erano a neanche dieci metri. Non aveva scampo. Si strappò la mascherina dal viso e con gesto inutile la scagliò verso di loro. Con un ultimo sforzo piantò le dita nel prato e provò ad alzarsi cadendo in ginocchio. Muco e saliva ovunque sul viso, gli occhi non vedevano più, strizzati a spremere via l’acido del gas. Unghie e ginocchia lo portarono futili decimetri più avanti. Reazioni anaerobiche avvenivano dentro il suo corpo. In bocca sentiva il sapore della terra. Il gusto acre ed intenso. I granuli e i sassolini, il calore di ciò che aveva partorito tutti gli esseri viventi e che presto se li sarebbe ripresi. Assaporò in un attimo milioni di anni di esistenza, assaporò ciò che presto sarebbero tornati ad essere tutti , lui come gli sbirri che lo stavano per massacrare. Assaporò la terra e in quei succhi percepì la paura. Gli erano quasi addosso. Attutito dalla maschera udì chiaramente l’urlo robotico di uno di loro ”Merda! Ammazziamolo!” Si buttò a terra e si rannicchiò in posizione di difesa, pronto a farsi spaccare le costole. Oggi è un bel giorno per morire avrebbe detto se fosse stato Clint Eastwood. Ma non era Clint Eastwood, era Lucio e l’espressione che passò veloce per la sua mente fu una specie di crasi suina di dio. Poi il tempo si fermò. Lucio aprì gli occhi. Tutto rimase immobilizzato in un attimo. Lo sbirro a un passo da lui contorto con il manganello alzato, caricato pronto ad essere schiantato sulla sua spalla. Altri dieci poliziotti dietro, obliqui nello slancio di raggiungerlo. Una lacrima ghiacciata sulla sua guancia. Il gas rarefatto bianco e fumoso nell’aria. L’erba immobile piegata dal vento. Poi Lucio lo vide. Sospeso nel cielo un metro sopra la sua testa. Un masso grosso quanto un melone. Nero come la pece. Era successo qualcosa. Per gli sbirri era passato un secondo di troppo. Il tempo si sbloccò. Il masso colpì in pieno il centro dello scudo del poliziotto col manganello alzato. Colto di sorpresa barcollò e cadde facendo incespicare sul suo corpo i due subito dietro di lui. Gli altri si fermarono accorgendosi che qualcosa non andava. Poi i sassi arrivarono tutti. I compagni erano davvero tanti. Migliaia. Gli sbirri concentrandosi su Lucio caduto avevano lasciato scappare tutti non sapendo che i compagni sono come i Marines. Non lasciano indietro nessuno. La pioggia di pietre arrivava anche dal bosco. Saranno state centinaia, ininterrotte tutte a segno. I caschi blu riformarono la testuggine e sotto i colpi incessanti iniziarono a indietreggiare. Quando furono abbastanza lontani qualcuno aiutò Lucio a rialzarsi e lo accompagnò dentro al bosco. Con l’ossigeno sprigionato dagli alberi amici, i polmoni tornarono a far passare un filo d’aria. Lucio si sedette su una roccia e finalmente poté vomitare. Quando rialzò la testa con la bocca gocciolante di succhi gastrici, un ragazzo gli diede una pacca sulla spalla “Comunque … che lancio, compagno! Da manuale!” Lucio sorrise. Se l’era vista davvero brutta. Stavano per prenderlo. Ma Lucio lo sapeva. Quel giorno no. Quel giorno non sarebbe successo.
Ci sono giorni in cui il potere tenta degli atti di forza. In quei giorni il potere mostra la sua vera essenza inumana e violenta. Scatena i suoi cani armandoli in assetto da guerra e li manda contro la popolazione civile. Opporsi è stancante e pericoloso. Ci si lascia spogliare delle proprie terre, dei propri diritti, del proprio lavoro, della propria cultura, del proprio mondo. Si scappa impauriti. Ma nello sferragliare del treno che tornava verso Genova, nella rossa luce del tramonto riflessa sui visi affumicati, i compagni avevano una consapevolezza dentro i cuori, dentro le menti. Dentro gli occhi che brillavano di mille immagini di lotta. Pietre in mano, in Val Susa, quel giorno non era successo. Ovunque, da quel giorno in poi non sarebbe più successo. Mai.
Val di Susa, 3/07/2011
Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale
Gabrio
Italia a me! Italia a Me! Carmelo Bene per Claro di Glauber Rocha
Scritto da Administrator
Giovedì 17 Marzo 2011 16:47
Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Marzo 2011 16:49
Italo Fico, vicecomandante Naccari
Scritto da Administrator
Martedì 15 Febbraio 2011 10:09
In questa giornata di cielo grigio, d’aria umida e pesante, arriva improvvisa la notizia della morte di Italo Fico, il vicecomandante Naccari della Coduri. Per ogni democratico, per quanti credono ancora nei valori forti della nostra storia, dei giorni della riconquistata libertà dopo la dittatura fascista, il pensiero corre veloce ai ricordi e cerca di ricostruirne una memoria capace di essere un modello per tutti. In queste pagine ritroviamo l’intera famiglia Fico, operai e onesti lavoratori, capaci di stare sempre dalla parte dei diritti e della libertà. I fascisti non perdonano questa tenacia a papà Gio Batta, il padre di Eraldo e Italo, i mazzieri squadristi lo colpiscono duramente, quelle ferite non guariranno e la sua vita finirà nel 1924. Sono anni difficili, l’Italia sta cadendo nel vortice dittatoriale, quei giorni saranno durissimi per mamma Elisa: una donna capace di tirare avanti con i suoi figli. Arriva la guerra, tutti partono per fronti e sanguinosi scontri, la propaganda dice che si vincerà, ma non sarà così. I tempi corrono, il fascismo cade nel luglio del 1943, arriva l’Armistizio e la storia presenta il suo bivio: continuare la guerra coi nazisti tedeschi e il fascismo repubblicano, oppure salire in montagna e combattere per liberare e ricostruire il nostro paese. Italo e Eraldo non hanno dubbi, la loro storia li porta a decidere di essere protagonisti di una delle pagine più belle della nostra memoria. Risalgono le colline di Santa Giulia, sono al Capenardo tra le povere mura del casone delle Vagge, tra questi uliveti s’incontreranno i primi giovani cospiratori: i fratelli Savoretti, Alberto Cirenei, Ruspini, Saltarelli, Giovanni Sanguineti. Sono tutti antifascisti, comunisti e socialisti, credono fermamente che il domani del nostro paese dipenda dal contributo di giovani come loro, capaci di lottare e iniziare la Resistenza. Non è tutto facile, i tedeschi e i “repubblichini” li cercano sistematicamente, iniziano le prime azioni di ritorsione, i rastrellamenti. Il gruppo inizia a spostarsi sul territorio, i loro rifugi diventano luoghi operativi, la Val Graveglia e la Val di Vara le zone controllate. La storia di quei giorni diventa una puntuale cronaca di come il Tigullio lottò per liberare il nostro paese, sono mille frammenti di un’Italia che rivive il suo glorioso Risorgimento. Nei loro comunicati, nelle pagine delle prime informative stampa clandestine, si definiscono “garibaldini”, la bandiera della Coduri è rossa, al centro il profilo dell’Eroe dei due Mondi. La loro idea di democrazia era chiara e furono capaci di metterla in pratica: siamo a Velva, bastano alcuni pezzi di carta e una matita, a voto segreto si elegge il comando della Coduri. Il voto conferma “Virgola” comandante e “Naccari” suo vice. Il cammino continua e gli scontri si fanno sempre più duri e difficili, la cronaca della battaglia di Carro si conclude con la morte di Coduri: i compagni dedicheranno alla sua memoria la formazione.
Le pagine di questo cammino si sfogliano incontrando momenti di gioia e dolori intensi, il momento più difficile fu lo scontro della Gattea. Quel giorno gli uomini della Coduri vivono la cronaca più difficile: otto morti, 3 feriti e 32 prigionieri. L’angoscia non era ancora finita: nell’azione a Valletti è arrestato il loro cappellano militare, Don Bobbio sarà fucilato a Chiavari. Il coraggio non mancava e il cammino verso la primavera del 1945 poteva riprendere, ricordo con precisione le tante testimonianza di Naccari, le sue puntuali ricostruzioni. Ogni occasione era buona per ricordare e stimolare in noi tutti l’impegno, l’attenzione per quanto significava la Resistenza nella cultura del nostro paese. Non dimenticherò mai i tanti incontri con gli studenti, le assemblee che diventavano luoghi di riflessione, dove “il nonno partigiano”, sono parole di Italo, poteva diventare per un momento maestro e insegnare che la lotta per la giustizia è sempre necessaria, irrinunciabile. In un vecchio ritaglio di giornale, rileggo la chiusura della campagna elettorale per la Costituente, Naccari parlava a Lavagna e ricordava che quel voto serviva per scrivere la Costituzione: “Noi abbiamo combattuto per arrivare a questo punto: liberare il paese dalla dittatura e scrivere le regole della libertà”. In poco più di una riga, il nostro Naccari raccontava il significato della Resistenza e concludeva sempre con una riflessione sulla sua ANPI. Qui Italo è stato instancabile, attento protagonista della difesa e della valorizzazione di quel bene che ci ha lasciato: la libertà! Ciao Naccari!
Ultimo aggiornamento Martedì 15 Febbraio 2011 10:15
Quando tornerai dall'estero. Luci della centrale elettrica
Scritto da Administrator
Mercoledì 19 Gennaio 2011 11:24
Estratto da "Per ora noi la chiameremo felicità" Luci della Centrale elettrica
"Quando tornerai dall'estero"
le morti bianche le cravatte blu il tuo fuoco amico l’eyeliner per andare in guerra nell’estrema sinistra della galassia, dove per l’umidità del garage la nostra anima che ansimava era per un’occupazione temporanea, era una gara di resistenza
partigiano portami via saremo come dei dirigibili nei tuoi temporali inconsolabili dammi 50 centesimi dammi 50 centesimi
non mi ero accorto che i tuoi orecchini per i riflessi lanciavano dei piccoli lampi non avevo capito la direzione dei tuoi sguardi che siamo donne, siamo donne oltre il burqa e le gonne
metteremo dei letti dappertutto, dei materassi sporchi volanti si sparse dovunque l’odore dei disinfettanti saremo come gli aironi che abitano vicino al campo nomadi
andremo ancora a letto vestiti come ai tempi dei primi freddi e degli elenchi telefonici sui reni delle scintille che facevi ti diranno che sei poco produttiva proprio adesso che l’America è vicina è come andare sulla luna in Fiat Uno è come lavorare in Cina
ma sei sempre il sole che scende in un ufficio pubblico per appenderci un altro crocifisso e di sera nelle zone artigianali per tradirsi e per brillare come le mine e le stelle polari
e sempre come un amuleto tengo i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto
e tu tornerai dall’estero, forse tornerai dall’estero e tu tornerai dall’estero, forse tornerai dall’estero
adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole che fanno piovere
adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole che fanno piovere
adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole che fanno piovere